Apologia della mamma… ma le cattive madri non finiscono mai?!

prima parte di Laura Lucchi, seconda parte di Alberto Ragno

“La mamma”, la tanto idealizzata e romantica figura che ci ha accompagnato nei secoli nella nostra cultura, nella nostra vita, la centrale figura di riferimento per –quasi – ogni persona, l’oggetto di studio di schiere di psicologi, sociologi e antropologi, specialmente negli ultimi quarant’anni, non è più!

Prendiamone atto una buona volta e facciamola finita con le idealizzazioni, sarà bene per tutti, madri comprese.

Badate non mi riferisco alle madri manager che si districano fra consigli di amministrazione, baby-sitter e sensi di colpa, non alludo a impiegate e lavoratrici di ogni categoria che hanno già scontato il debito Karma con due o tre prossime vite, avendole vissute in contemporanea in questa; a quelle che riescono a mandare avanti attività in proprio facendo lo slalom fra gli impegni di tutta la famiglia e, un po’ nevrotiche, riescono ad accontentare tutti fatta eccezione per sé.

Queste sono le madri di oggi, quelle a cui andrebbe data la medaglia al valore, quelle che non si chiedono se ne vale la pena, anche se il figlio adolescente le manda a quel paese perché “vuol farsi valere ed affermare la sua autonomia”. (prrrrrr – suono onomatopeico).

Alludo a quella categoria di madri che sono diventate tali per uso e costume, perché così vuole la società, perché tutti ti chiedono <quando lo fate un figlio?>, o perché <così faccio felice i nonni >, o addirittura perché fa “chic”!

Questa categoria di “signore” c’è sempre stata : di poca intelligenza ed autonomia dotata e tanto meno di altruismo. Considera il/la figlio/a alla stregua di un accessorio da esibire in società, un trofeo o un orpello della sua “beltà” e bravura.

Si tratta di generazioni di donne viziate all’origine, a cui tutto è stato concesso con facilità, o meglio, niente è stato mai loro negato, non hanno neanche idea che esista un concetto di meritocrazia, tutto gira intorno a loro.

A dirla con Kohut, personalità di tipo narcisistico, che  hanno un disturbo del senso di sé, un’autostima eccessivamente vulnerabile, un bisogno di ammirazione da parte degli altri e una mancanza di empatia rispetto ai sentimenti e bisogni altrui.

Questa donna tende a sentire, in misura esagerata, di avere diritto ad avere delle cose  degli altri, di meritare l’altrui ammirazione, e l’altrui amore (?), di essere speciale e unica.

Purtroppo negli ultimo venti/trenta anni, alla faccia degli psicologi dell’ Infant Research, questa popolazione è seriamente incrementata, figlia di una generazione che in nome di un pseudo – liberismo ha cresciuto i figli all’insegna del “lassez faire”. La cosa non avrebbe gravi conseguenze se tali signore non procreassero, ma procreano, procreano, e lo fanno, appunto, in nome di fatui scopi.

Ora mi chiedo, che ne è dell’integrità psicologica della prole di cotanta progenie? E’ vero, ci sono tanti bambini più sfortunati, in Africa, in Asia, abbandonati negli orfanotrofi, ci sono casi ovviamente più dolorosi, ma sono sotto gli occhi di tutti!

Questi sono casi reconditi, sono occulti, sono magari agli occhi della nostra società addirittura casi felici: bei vestiti, belle vacanze, belle auto…. Gusci vuoti!!!

Sono piccoli che non hanno potuto sviluppare una comunicazione di amore bi univoca, che non hanno saputo rispecchiarsi in uno sguardo accogliente, disinteressato e appagato incondizionatamente della loro esistenza.

I ricercatori di ultima generazione, non psicologi infantili ma la schiera appartenente alle neuro scienze, coloro che esaminano il  funzionamento biologico della mente, hanno riscontrato che, come sempre accade in natura, c’è un tempo per tutto : quando si è piccolissimi, fino ai tre anni hai infinite capacità di apprendimento, che però, una volta attivate o non attivate, quelle restano.

Un po’ come le orme sulla neve fresca, ci passi una volta e più o meno passeranno tutti dal quel primo sentiero, così fanno i nostri neuroni.

Per cui se nei primi tre anni non attivi pensieri di relazione positiva, hai perso la tua “finestra di opportunità” (Tronick).

Insomma questi prossimi adulti sono figure sterili, disinteressati alle relazioni, non hanno idea di cosa sia l’amore vero, sono cinici e materialisti per lo meno .. e sono sempre di più : bella società civile che ci attende per il futuro.

Che fare allora??

Beh io qualche idea ce l’avrei, non la propongo perché un tantino radicale, consiglierei comunque a tutte le donne di farsi un esame di coscienza prima di mettere al mondo un figlio : sono davvero interessata a rinnegare una parte di me e donarla ad un’altro??

Laura Lucchi

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..Una figura che dovrebbe rappresentare un solido riferimento nei primi anni ma che in realtà non ne è all’altezza. Il bisogno di ricercare e mantenere la vicinanza con una figura specifica, è una caratteristica a base genetica propria non solo della specie umana. Il bambino nasce provvisto di un insieme di comportamenti “di base” predeterminati geneticamente (sorridere, aggrapparsi, ricercare con lo sguardo, piangere) che hanno funzione di stimolare l’adulto a prendersi cura di lui.

Esiste infatti, come accennato in precedenza dalla collega Laura, un periodo sensibile perché il legame si sviluppi; il primo anno di vita fondamentale per lo sviluppo dell’imprinting.

Tralasciando in questa sede le varie tipologie di attaccamento e le loro caratteristiche mi preme invece sottolineare come nello sviluppo della propria personalità adulta il bambino risenta inevitabilmente dell’esperienza fatta insieme al caregeiver nei primi anni di vita; i modelli operativi interni sviluppatisi raccolgono le tracce dell’esperienza soggettiva interiorizzandosi, portando così il soggetto ad acquisire un certo tipo di considerazione nei confronti degli altri e  di se stesso.

La capacità di riconoscere le emozioni, contestualizzarle ed essere in grado di comprenderne la relazione con gli eventi ambientali, si evolve grazie alla mediazione del rispecchiamento relazionale con il caregeiver. La mancanza di una base sicura rende più vulnerabili e ipersensibili alle eseperienze relazionali difficili, come separazioni e distacchi evidenziando in questo modo gli aspetti tipici della personalità di tipo borderline.

Alberto Ragno

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