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	<title>Psicologia, Comunicazione &#38; Nuove Tecnologie</title>
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	<description>A volte per fare una passo in avanti, è necessario farne tre indietro</description>
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		<title>Psicologia, Comunicazione &#38; Nuove Tecnologie</title>
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		<title>L’avvicendamento dei turni nella comunicazione</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Jun 2009 16:59:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoragno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[conversazioni]]></category>
		<category><![CDATA[differenze culturali]]></category>
		<category><![CDATA[regole]]></category>

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		<description><![CDATA[In Italia si tollerano maggiormente le sovrapposizioni nelle conversazioni che quotidianamente ci ritroviamo a svolgere con altre persone; sono per noi segno di interesse e spontaneità del nostro interlocutore mentre in altre realtà vengono considerate sgradevoli e poco educate.
Un gruppo di ricercatori già nel 1981 ha descritto un malinteso interculturale dovuto alla diversa durata dell’intervallo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=albertoragno.wordpress.com&blog=5376185&post=109&subd=albertoragno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">In Italia si tollerano maggiormente le sovrapposizioni nelle conversazioni che quotidianamente ci ritroviamo a svolgere con altre persone; sono per noi segno di interesse e spontaneità del nostro interlocutore mentre in altre realtà vengono considerate sgradevoli e poco educate.<br />
Un gruppo di ricercatori già nel 1981 ha descritto un malinteso interculturale dovuto alla diversa durata dell’intervallo tra un turno e l’altro in una conversazione. Infatti gli Indiani Athapaskan del Canada e i Canadesi bianchi cercano di evitare conversazioni tra loro. Gli Indiani, per abitudine, hanno pause più lunghe durante la conversazione. Un Indiano quindi, quando l’interlocutore bianco ha finito il suo discorso, prima di prendere la parola fà passare più tempo di quanto l’interlocutore si aspetti.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-109"></span>Il bianco, vedendo che l’Indiano non parla, riprende a parlare per non far cadere la conversazione, mentre l’Indiano per non interrrompere rinuncia a intervenire.<br />
Il risultato è che gi Indiani Athapaskan pensano che i bianchi parlino troppo mentre i Canadesi bianchi credono che gli Athapaskan siano persone chiuse e che non amino la conversazione.<br />
Quante volte vi è capitato di incontrare persone che non vi danno il tempo di riflettere sulla risposta dovuta oppure in caso contrario, persone che vi sembra non abbiano niente da dire ?<br />
Le regole di conversazione tendono a essere universali, questo però non significa che vengano interpretate sempre allo stesso modo.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>La pragmatica della comuncazione della scuola di Palo Alto</title>
		<link>http://albertoragno.wordpress.com/2009/06/02/la-pragmatica-della-comuncazione-della-scuola-di-palo-alto/</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2009 19:27:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoragno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[assiomi]]></category>
		<category><![CDATA[Watzlawick]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando le persone comunicano, oltre che scambiarsi informazioni, danno vita a un&#8217;interpretazione sociale, cioè compiono una sequenza di azioni concatenate, di mosse attraverso le quali si influenzano reciprocamente. La comunicazione interpersonale, se vista come interazione, è un processo in cui da uno stato iniziale si arriva ad uno stato finale attraverso vicende intermedie.
Negli anni Sessanta [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=albertoragno.wordpress.com&blog=5376185&post=99&subd=albertoragno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Quando le persone comunicano, oltre che scambiarsi informazioni, danno vita a un&#8217;interpretazione sociale, cioè compiono una sequenza di azioni concatenate, di mosse attraverso le quali si influenzano reciprocamente. La comunicazione interpersonale, se vista come interazione, è un processo in cui da uno stato iniziale si arriva ad uno stato finale attraverso vicende intermedie.</p>
<p style="text-align:justify;">Negli anni Sessanta e Settanta l&#8217;idea che la comunicazione interpersonale sia interazione si è fatta strada grazie a contributi maturati in diverse aree.</p>
<p style="text-align:justify;">Un gruppo di ricercatori ( Watzlawick, Helmick-Beavin, Jackson, 1967 ) ha tentato di elaborare una teoria generale dell’interazione nella comunicazione interpersonale, basata su cinque assiomi, cinque affermazioni fondamentali su come si svolge l’interazione.  Nella “Pragmatica della Comunicazione Umana” sono enunciati i cosiddetti assiomi della comunicazione che, dalla pubblicazione del testo (1967), hanno modificato in modo radicale ed irreversibile il percorso della psicologia contemporanea.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-99"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Primo assioma<br />
<strong><em>Non si può non comunicare</em></strong><br />
Se si parte dal presupposto che ogni comportamento è comunicazione, ne consegue che, per quanto ci si sforzi, in presenza di altre persone non si può fare a meno di comunicare.</p>
<p style="text-align:justify;">Secondo assioma<br />
<em><strong>Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione.</strong></em><br />
Ogni comunicazione trasmette un’informazione, una notizia, mentre a un altro livello, metacomunicativo, di comunicazione sulla comunicazione, impartisce un comando su come intendere quell’informazione e il rapporto tra il mittente e il ricevente. L’aspetto di notizia di un messaggio trasmette informazione ed è quindi sinonimo nella comunicazione umana del contenuto del messaggio. L’aspetto di comando si riferisce invece alla relazione tra i comunicanti. Quindi, ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione, di modo che il secondo classiﬁca il primo ed è quindi metacomunicazione. Watzlawick utilizza l’analogia del calcolatore: per operare, la macchina ha bisogno non solo di dati (informazione), ma anche di dati sui dati, ovvero di codice che dica alla macchina come trattare i dati (metainformazione). Portando l’analogia nel mondo della comunicazione umana, possiamo identiﬁcare l’aspetto di notizia del messaggio come comunicazione, e l’aspetto di comando come metacomunicazione.</p>
<p style="text-align:justify;">Terzo assioma<br />
<strong><em>La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.</em></strong><br />
Le interazioni sono serie oscillanti, nelle quali generalmente è arbitrario stabilire un inizio e ricostruire una sequenza. Molti conflitti nascono da una differente segmentazione dell’interazione. Ogni parlante interpreta lo scambio in modo tale da vedere il proprio comportamento come causato dal comportamento dell’altro, e mai come causa della reazione dell’altro, e viceversa: in breve, ogni parlante accusa l’altro di essere la causa del proprio comportamento. Ad esempio, un marito che si chiude in se stesso e una moglie che brontola possono accusarsi reciprocamente del disagio di coppia, perchè il marito dice “mi chiudo perchè brontoli” e la moglie “brontolo perchè ti chiudi”.</p>
<p style="text-align:justify;">Quarto assioma<br />
<strong><em>Comunicazione numerica e analogica</em></strong><br />
Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico. Il linguaggio numerico ha una sitassi logica assai complessa e di estrema efficacia ma manca di una semantica adeguata nel settore della relazione, mentre il linguaggio analogico ha la semantica ma non ha alcuna sintassi adeguata per definire in un modo che non sia ambiguo la natura delle relazioni. Cos’è allora la comunicazione analogica? Praticamente è ogni comunicazione non verbale (intesa nel senso esteso proprio di Watzlawick, che quindi include posizioni del corpo, gesti, espressioni del viso, inﬂessioni della voce, sequenza e ritmo delle parole, il contesto in cui avviene la comunicazione). L’uomo è l’unico essere vivente ad usare sia il modulo analogico che quello numerico per comunicare con i suoi simili. Gli animali, quando parliamo loro, non capiscono il signiﬁcato delle nostre frasi, ma al contrario capiscono benissimo la ricchezza analogica con cui comunichiamo loro queste frasi.</p>
<p style="text-align:justify;">
Quinto assioma<br />
<em><strong>Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’eguaglianza o sulla differenza.</strong></em><br />
Nell’interazione simmetrica i partner tendono a fare le stesse cose ( es. aggressione/aggressione, gentilezza/gentilezza) nel tentativo di minimizzare le differenze, mentre nell’interazione complementare un partner assume la posizione dominante e l’altro la posizione sottomessa. In quest’ultimo caso, un partner assume una posizione primaria, detta one-up, superiore; mentre l’altro partner completa per così dire la conﬁgurazione assumendo una posizione one-down, ovvero inferiore. Non dobbiamo tuttavia attribuire giudizi di valore come “buono” e “cattivo” o “forte” e “debole” alla precedente distinzione: l’assunzione di una posizione o l’altra potrebbe essere determinata semplicemente da contesti culturali o sociali (es. madre/ﬁglio, medico/paziente, insegnante/allievo).</p>
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		<item>
		<title>Internet Addiction disorder ed il legame tra la rete e l’identità personale</title>
		<link>http://albertoragno.wordpress.com/2009/05/24/internet-addiction-disorder-ed-il-legame-tra-la-rete-e-l%e2%80%99identita-personale-2/</link>
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		<pubDate>Sun, 24 May 2009 13:22:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoragno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internet]]></category>

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		<description><![CDATA[La dipendenza da internet è una forma di dipendenza emergente negli ultimi anni nei paesi industrializzati che si sta aprendo la strada con una velocità crescente in seguito al massiccio incremento nell’uso delle nuove tecnologie nell’agire quotidiano dell’essere umano.
Proprio perché è un fenomeno nuovo, non vi è ancora una letteratura molto ricca sul tema.
Per il [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=albertoragno.wordpress.com&blog=5376185&post=95&subd=albertoragno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img src="///Users/imac/Library/Caches/TemporaryItems/moz-screenshot-1.jpg" alt="" />La dipendenza da internet è una forma di dipendenza emergente negli ultimi anni nei paesi industrializzati che si sta aprendo la strada con una velocità crescente in seguito al massiccio incremento nell’uso delle nuove tecnologie nell’agire quotidiano dell’essere umano.</p>
<p>Proprio perché è un fenomeno nuovo, non vi è ancora una letteratura molto ricca sul tema.</p>
<p>Per il momento la dipendenza da internet viene confrontata rispetto alle conosciute forme di dipendenza (in special modo a quella relativa all’uso di sostanze ) in quanto simili sono i sintomi che portano alla sua diagnosi.</p>
<p><span id="more-95"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Questi sintomi possono essere riassunti in:</p>
<ol style="text-align:justify;">
<li>Bisogno di trascorrere un tempo sempre maggiore in rete per ottenere soddisfazione</li>
<li>Marcata riduzione di interesse per altre attività che non siano internet</li>
<li>Sviluppo, dopo la sospensione o diminuzione dell&#8217;uso della rete, di agitazione psicomotoria, ansia, depressione, pensieri ossessivi su cosa accade on-line</li>
<li>Necessità di accedere alla rete sempre più frequentemente o per periodi più prolungati rispetto all&#8217;intenzione iniziale</li>
<li>Impossibilità di interrompere o tenere sotto controllo l&#8217;uso di Internet</li>
<li>Dispendio di grande quantità di tempo in attività correlate alla rete</li>
<li>Continuare a utilizzare Internet nonostante la consapevolezza di problemi fisici, sociali, lavorativi o psicologici recati dalla rete</li>
</ol>
<p style="text-align:justify;">Come nel caso della dipendenza da sostanze, si può notare la condizione di “tolleranza”, descritta nel punto 1, a causa della quale si ha una sorta di “assuefazione” all’uso di internet, ed il soggetto trascorre un tempo progressivamente sempre maggiore per poter ottenere soddisfazione,  sia la condizione di “astinenza”, descritta nel punto 3, che vede una serie di conseguenze a danno del fisico e della psiche in seguito alla sospensione dell’uso della rete da parte del soggetto.</p>
<p style="text-align:justify;">L’abuso di internet viene classificato dalla Young (psicologa, direttrice del Center for On-Line Addiction ed editorial board di CyberPsychology and Behavior) come una dipendenza di tipo comportamentale, come nel caso della dipendenza da gioco d’azzardo o la bulimia, in quanto la dipendenza non si sviluppa nei confronti di una sostanza bensì nei confronti di un comportamento. Ma persistono comunque delle differenze tra questa forma di dipendenza e le altre forme di dipendenza comportamentale indicate, per almeno due motivi:</p>
<ul style="text-align:justify;">
<li>Comportamenti come il gioco d’azzardo o la bulimia sono identificati dalla società come comportamenti devianti, il passare del tempo in internet non suscita particolari preoccupazioni nell’immaginario collettivo;</li>
<li>Ad oggi praticamente tutti hanno un computer in casa o utilizzano internet quotidianamente, in ambiente domestico, o lavorativo: l’utilizzo di internet è una pratica che si sta diffondendo ad una velocità elevatissima e coprendo la maggior parte della popolazione.</li>
</ul>
<p style="text-align:justify;">La IAD si delinea quindi come una nuova dipendenza che al momento manca di una rappresentazione sociale ben delineata e che può potenzialmente colpire una buona fetta della popolazione.</p>
<p>Le teorie comportamentiste spiegano la dipendenza in termini di rinforzi positivi: l’utilizzo di prolungato della sostanza/comportamento è facilitato dalla gratificazione che ne deriva. Tali teorie si sono dimostrate un punto di vista limitato per spiegare le forme di dipendenza tradizionali, e nel caso della dipendenza da internet, si mostrano ancor più scarsamente esplicative.</p>
<p>Tale impostazione teorica può descrivere solo uno degli aspetti della IAD, cioè quello dell’utilizzo compulsivo della rete, che la Young ha spiegato tramite il modello chiamato ACE (Accessibility, Control, Excitement). Secondo questo modello, la facilità nel reperimento delle informazioni tramite la rete, l’illusione di controllo dato dal mezzo e l’eccitazione provata dalla vasta quantità di stimoli presenti nel web sarebbero alla base del disturbo ossessivo-compulsivo specifico della net-compulsion.</p>
<p>Sicuramente riflettere sulle gratificazioni è un importante primo passo per indagare i motivi di tale meccanismo, ma non ci si può fermare alla semplice relazione fra Stimolo e Risposta. Anche il modello medico che tenta di spiegare la dipendenza in base ad una ereditarietà genetica non si può ritenere esaustivo, in quanto si assisterebbe ad una tendenza ereditaria che colpirebbe una percentuale troppo elevata della popolazione.</p>
<p>È necessario quindi cercare di capire quali sono le peculiarità della navigazione in rete, cosa comportano per il soggetto, per riuscire a comprendere se ed in che modo può svilupparsi la dipendenza.<br />
Un punto di vista diverso rispetto a quello della Young viene offerto da Caretti (2001), che colloca la IAD nella categoria diagnostica “Trance dissociativa da videoterminale”. Secondo questo punto di vista, la dipendenza patologica da internet sarebbe la prima fase di un disturbo più grave caratterizzato dall’alternazione dello stato di coscienza, la depersonalizzazione e la perdita del senso abituale dell’identità personale.</p>
<p>Uno studio condotto da Marzalin, D. e Moore, S. dell’università di Swinburne su 161 soggetti di età compresa fra i 18 e i 25 anni ha rilevato che per i soggetti di sesso maschile, alti livelli di ansia sociale e bassi livelli di sviluppo dell’identità personale sono associati ad un maggior uso di internet,  e tale uso si concentra sulle chat-room e i MUD (giochi di ruolo virtuali).</p>
<p>Senza bisogno di adottare un punto di vista psicodinamico per ricercare le connessioni tra il ruolo di mediazione del mezzo tecnologico e la costruzione dell’identità personale, è possibile individuare quelli che costituiscono fattori di cambiamento dell’identità personale facilitati dall’utilizzo di internet. In letteratura vengono considerate tre dimensioni di base nel ruolo di internet nella costruzione dell’identità personale:</p>
<ol style="text-align:justify;">
<li>L’anonimato rispetto alla possibilità di essere identificati;</li>
<li>La comunicazione sincrona ed asincrona;</li>
<li>Le informazioni prettamente visive e testuali sull’identità.</li>
</ol>
<p style="text-align:justify;">Per quanto riguarda l’anonimato, questa condizione ha come conseguenza la caduta di quei vincoli dati dal contesto sociale reale, che dà al soggetto un’illusione di assoluta libertà: di fare, di dire, di essere qualsiasi cosa, senza ripercussioni nel sociale, con l’illusione che lo schermo possa proteggere dall’essere identificati come persone reali e che una volta spento il terminale il proprio “io virtuale” non abbia lasciato traccia.</p>
<p>L’utilizzo della comunicazione sia sincrona che asincrona porta alla possibilità di esercitare un controllo sullo scambio comunicativo: da una parte, la comunicazione asincrona permette di “scegliere” il come, il quando ed il cosa rispondere, facendo diventare lo scambio comunicativo uno scambio totalmente cosciente e controllato dagli interlocutori.<br />
Dall’altra, l’assenza dell’aspetto non verbale, che nelle comunicazioni reali vis a vis costituisce la percentuale più grossa di informazioni disponibili sui soggetti, sul contesto e sulla stessa comunicazione viene a mancare, e viene sostituito dalll’utilizzo di emoticons, che oltre a corrispondere ad un range limitato e stereotipato di emozioni, sono sotto il controllo volontario del soggetto.</p>
<p>Infine, le informazioni sull’identità virtuale disponibili sono ridotte a dati di tipo testuale o visivo, in quanto il soggetto in internet viene rappresentato tramite un “avatar”: un semplice nickname nel caso delle chat, o un personaggio nel caso dei MUD. L’aspetto fisico viene immaginato tramite una descrizione a parole che può essere reale o fittizia, o tramite la costruzione di un personaggio. L’avatar può venire reinventato a piacimento, può venire affiancato da altri avatar, in un processo di frantumazione e sostituzione dell’identità personale che viene rimpiazzata da una o più identità virtuali costruite in base ai bisogni, ai desideri e alle aspettative del soggetto.</p>
<p>Il world wide web si offre così non solo come un immenso serbatoio di stimoli eccitanti, una sorta di “Las Vegas” virtuale piena di luci e divertimento, ma anche come un contenitore dai confini labili ed indefiniti che permette ai soggetti di cambiare le normali regole nelle interazioni umane, di sperimentare non solo nuove emozioni, ma nuovi se stessi, che più si confanno ai propri intenti.<br />
Non deve sorprendere quindi che la IAD si manifesti più frequentemente in concomitanza all’utilizzo di strumenti di interazione umana come la posta elettronica, le chat-rooms, la partecipazione in comunità virtuali quali forum, newsgroup o i MUD, rispetto al semplice accesso alla rete per ottenere informazioni.</p>
<p>Concludendo, gli studi recenti sulla IAD, spesso concentrati sui sintomi e sull’individuazione delle possibili strategie terapeutiche per fronteggiare questo nuovo fenomeno, dovrebbero forse dedicare maggiore attenzione alle dinamiche che portano un soggetto a preferire gradualmente un mondo virtuale, in cui i cinque sensi vengono drasticamente ridotti all’unico senso visivo e sostituiti con esperienze sensoriali “immaginate”, perché totalmente prodotte dalla fantasia, al mondo reale.</p>
<p>Lo strumento tecnologico del computer, ormai elemento integrato nel vissuto quotidiano della maggior parte della popolazione benestante, oltre ad offrire risorse, a costituire un supporto che facilita, velocizza e semplifica il tradizionale agire umano, offre un contatto immediato con una realtà “altra”, una realtà che si “costruisce” totalmente nelle interazioni tra gli “io virtuali”, in cui le regole, i significati e la stessa identità vengono costantemente inventati e re-inventati dagli utenti. Se l’utilizzo di internet ed il suo conseguente possibile abuso, stanno aumentando con un ritmo incalzante, forse sarebbe interessante spostare il focus dalle caratteristiche individuali di personalità dell’internet-addicted a quei processi che investono la società e che stanno portando sempre un maggior numero di persone a preferire una realtà fatta di pixel alla realtà che li circonda.</p>
<p><strong>Bibliografia e sitografia</strong></p>
<p>- Caretti V., La Barbera D., Psicopatologia delle realtà virtuali, Masson, Milano, 2001<br />
- Talamo A. , Ligorio M.B. (2001) Strategic Identities in Cyberspace, In G. Riva, C. Galimberti eds. Journal of CyberPsychology and behaviour, Special issue: Mind in the Web:Psychology in the Internet age, Vol. 4, n.1: 109-122;<br />
&#8220;Internet Addiction disorder ed il legame tra la rete e l’identità personale&#8221;, tratto in data 18-03-2008 da <em><a href="http://www.opsonline.it/" target="_blank">Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi</a></em><br />
http://www.opsonline.it/index.php?m=show&amp;id=12439</p>
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		<title>Il computer impedisce al cervello di diventare adulto?</title>
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		<pubDate>Sun, 24 May 2009 13:12:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoragno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Videogiochi e terapie]]></category>

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		<description><![CDATA[

 L’utilizzo sempre più esteso del computer per lavoro, passatempi come i videogame e attività sui social network è una delle cause principali dell’epidemia di obesità che sta flagellando i Paesi sviluppati. Ma non per l’inattività fisica – o almeno non solo: per gli effetti del computer sul cervello. Lo sostiene la prestigiosa Royal Institution [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=albertoragno.wordpress.com&blog=5376185&post=91&subd=albertoragno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><!-- link correlati --></p>
<p><!-- body article --></p>
<p class="testo_sinistra" style="text-align:justify;"><img style="float:left;margin-right:4px;" src="http://www.opsonline.it/images/articles/image_17603.jpg" alt="Il computer impedisce al cervello di diventare adulto?" /> L’utilizzo sempre più esteso del computer per lavoro, passatempi come i videogame e attività sui social network è una delle cause principali dell’epidemia di obesità che sta flagellando i Paesi sviluppati. Ma non per l’inattività fisica – o almeno non solo: per gli effetti del computer sul cervello. Lo sostiene la prestigiosa Royal Institution of Great Britain, la più antica (e una delle più prestigiose) accademia di ricerca scientifica pubblica del mondo.</p>
<p style="text-align:justify;">La baronessa Susan Greenfield, direttrice della Royal Institution of Great Britain, sostiene che l’utilizzo costante del computer ‘infantilizza’ il cervello rendendogli più difficile imparare a superare le difficoltà e gli errori: “Quando un bambino cade da un albero, impara subito a non ripetere l’errore, mentre invece uno sbaglia durante un videogame semplicemente continua a giocare”.</p>
<p style="text-align:justify;">La parte del cervello coinvolta nell’attenzione, nell’empatia e nell’immaginazione – la corteccia pre-frontale – potrebbe non svilupparsi correttamente nei bambini troppo “informatici”, minaccia la Greenfield. “E poiché negli obesi questa zona cerebrale è spesso poco attiva, il link tra uso eccessivo del computer e obesità potrebbe essere a livello cerebrale. Meno percezione del rischio, più abuso di junk-food e stili di vita poco salutari”.<br />
<span id="more-91"></span><br />
La Greenfield è già finita sui giornali in passato per aver espresso sospetti riguardo all’insorgenza di sintomi autistici nei bambini che abusano di computer e piattaformne di videogame, attirandosi numerose critiche: “Chiunque dice che faccio solo terrorismo dovrebbe soltanto analizzare i dati disponibili”.</p>
<p>Fonte: Macrae F. Do you have Facebook flab? Computer use could make you eat too much, warns professor. Daily Mail 15/05/2009.<br />
http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=25385</p>
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		<title>Navigazione in rete dei minori: un’occasione di sviluppo relazionale in famiglia</title>
		<link>http://albertoragno.wordpress.com/2009/04/25/navigazione-in-rete-dei-minori-un%e2%80%99occasione-di-sviluppo-relazionale-in-famiglia/</link>
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		<pubDate>Sat, 25 Apr 2009 06:23:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoragno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internet]]></category>

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		<description><![CDATA[I dati relativi all’ingresso di Internet nelle famiglie dimostrano come tale processo sia in continua crescita, soprattutto nei Paesi in cui la presenza della tecnologia diventa parte integrante delle attività quotidiane degli adulti e dei minori.
La letteratura psicologica vede quindi un lento ma progressivo fiorire di interessanti studi che analizzano il modo in cui la [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=albertoragno.wordpress.com&blog=5376185&post=86&subd=albertoragno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">I dati relativi all’ingresso di Internet nelle famiglie dimostrano come tale processo sia in continua crescita, soprattutto nei Paesi in cui la presenza della tecnologia diventa parte integrante delle attività quotidiane degli adulti e dei minori.</p>
<p style="text-align:justify;">La letteratura psicologica vede quindi un lento ma progressivo fiorire di interessanti studi che analizzano il modo in cui la presenza del web tra le mura domestiche influisca sulla qualità della comunicazione e delle relazioni che intercorrono tra genitori e figli.<br />
Un recente studio pubblicato sulla rivista CyberPsychology&amp;Behavior, stima che in Italia circa un terzo dei bambini tra i 2 e gli 11 anni utilizzano il web tutti i mesi trascorrendo circa 22 ore complessive davanti al pc per visitare perlopiù motori di ricerca e portali, in cui reperire diverse tipologie di risorse (Bricolo F, Gentile D, Smelser R, Serpelloni G, 2007).</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-86"></span>Se incrociamo tali dati con quelli forniti nel gennaio 2008 dall’Istituto nazionale di Statistica, vediamo come all’interno di tale fascia d’età sia crescente anche il desiderio di usare sempre di più la Rete.<br />
Il 45% dei bambini compresi tra i 6 e gli 11 anni, infatti, manifestano la volontà di navigare per più tempo sul web, pur non avendo, nel 73% dei casi, frequentato un corso di pc.</p>
<p style="text-align:justify;">Ciò palesa l’urgenza con la quale le famiglie cerchino di adeguarsi alle richieste dei minori circa un più forte ingresso di Internet in casa.<br />
Tale necessità è spiegata ed ulteriormente messa in evidenza da un altro dato fortemente significativo, ossia dal luogo di utilizzo del web che nella fascia d’età compresa tra gli 11 ed i 14 anni è costituito dall’abitazione di altri bambini per il 35% circa dei casi riducendo di fatto la possibilità per gli adulti di monitorare le attività svolte in rete dai figli.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Stile di attaccamento e navigazione in rete<br />
</strong><br />
Ma in che modo l’ingresso di Internet in famiglia ne influenza i processi comunicativi? Quali sono  le dinamiche relazionali in grado di incidere sulle attività svolte online dai minori?<br />
La Psicologia sta tentando di dare delle risposte scientificamente fondate, ricorrendo ad analisi correlazionali in grado di spiegare, ad esempio, come lo stile di attaccamento tra genitori e figli condizioni la fiducia e la serenità con cui i bambini accedono alla Rete.</p>
<p style="text-align:justify;">Realizzando un parallelismo tra l’esplorazione del mondo reale e quello virtuale, possiamo infatti sostenere che così come uno stile di attaccamento sicuro implica la presenza di un genitore che manifesta disponibilità e sostegno (senza tuttavia interferire rigidamente sulla libertà esplorativa del bambino rispetto all’ambiente fisico circostante), analogamente una navigazione in rete equilibrata richiede che il genitore consenta al proprio figlio di accedere al web serenamente, seppur all’interno di un contesto protetto e monitorato.</p>
<p style="text-align:justify;">In assenza di quest’ultimo presupposto, infatti, ed in presenza di un attaccamento di tipo ansioso-evitante o ansioso-ambivalente, la facilità relazionale indotta da una comunicazione online troppo libera  può contribuire a vedere Internet come un’ulteriore potenziale figura di attaccamento, oppure come un tramite per trovarne di nuove.</p>
<p style="text-align:justify;">Tale elemento potrebbe stimolare l’assunzione di comportamenti online inadeguati in grado di indurre, tra gli altri, web dipendenza.<br />
L’attenzione degli adulti rispetto al “cosa” fanno i bambini in rete ed una parallela diminuzione di atteggiamenti esclusivamente orientati a proibirne la navigazione può facilitare quindi una nuova concezione della Rete, non più vista come uno strumento che isola il bambino dalla famiglia, bensì come un nuovo mezzo in grado di stimolare il confronto.<br />
In tali casi  il web diviene luogo di risorse da individuare, di spazi virtuali da conoscere ed analizzare, un mondo di approfondimenti e di conoscenze da sviluppare</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>In Rete sì, ma per fare cosa?<br />
</strong><br />
Intervenire in modo propositivo sulle attività svolte dal bambino in rete significa anche saper discriminare quali siano le attività che meglio si prestano all’obiettivo che ci si è prefissati (Lee, Chae, 2007).<br />
Se infatti l’impiego di forum, di chat, e l’esecuzione di attività educative influenza positivamente il dialogo, l’uso di videogames, al contrario, può inibire tale processo dato che il videogioco tende ad isolare maggiormente il minore rispetto all’ambiente che lo circonda.</p>
<p style="text-align:justify;">Proprio in base a tale aspetto, possiamo sostenere, in accordo con i dati a nostra disposizione che se una diminuzione del tempo speso nella comunicazione tra genitori e figli a causa della navigazione in rete non sempre incide quindi sulla qualità della relazione, è l’atteggiamento dei genitori rispetto alle attività svolte dai bambini in rete ad essere variabile fondamentale.</p>
<p style="text-align:justify;">Infatti un attivo coinvolgimento dei genitori è particolarmente importante già nel momento in cui il bambino inizia a navigare in rete. È in tale periodo che i minori navigano per un tempo maggiore cercando di soddisfare la propria curiosità rispetto a  tutto ciò che possono potenzialmente reperire sul web.</p>
<p style="text-align:justify;">Una partecipazione attiva dei genitori nella prima fase di approccio al web, può consentire al bambino di abituarsi a scambiare le proprie esperienze on line con i genitori anche quando le proprie attività in rete vanno modificandosi col tempo, consentendo sia da parte dei bambini che degli adulti un aumento della fiducia reciproca e della sicurezza rispetto ai contenuti e alla qualità delle attività eseguite.<br />
Le indagini effettuate mostrano infatti, che i minori navigano per più tempo in rete nei primi tre mesi di utilizzo per poi dedicare alle attività sul web minor tempo, seppur modificando sostanzialmente le attività realizzate (Jackson L, Samona R, Moomaw J, et al, 2007).</p>
<p style="text-align:justify;">Se la ricerca di documentazione per le attività didattiche è il motivo principale per cui i bambini accedono ad internet la prima volta, è la comunicazione con gli amici a spiegare nei periodi successivi il tempo speso sul web. Vi è, quindi, un passaggio dalle attività di ricerca a quelle comunicative ed interattive.</p>
<p style="text-align:justify;">Il principio cardine che deve quindi guidare i genitori nel condurre i bambini in rete va individuato nel fatto che la ricerca di una forma di compensazione sociale su internet diminuisce laddove la qualità della comunicazione offline sia buona.</p>
<p style="text-align:justify;">Il supporto sociale da parte della famiglia riduce, infatti, l’impatto negativo degli eventi stressanti offline e online (come ad esempio il cyberbullismo) sui bambini e sugli adolescenti (Leung, 2007) soprattutto alla luce della tendenza piuttosto marcata a considerare le amicizie online come maggiormente in grado di consentire l’affermazione del proprio Sé nel contesto sociale (Dombrowski S, Gischlar K, Durst T, 2007).</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Bibliografia</strong><br />
Lei L, Wu Y. Adolescents&#8217; Paternal Attachment and Internet Use. CyberPsychology &amp; Behavior [serial online]. October 2007;10(5):633-639. Available from: Psychology and Behavioral Sciences Collection, Ipswich, MA. Accessed February 28, 2008.<br />
Lee S, Chae Y. Children&#8217;s Internet Use in a Family Context: Influence on Family Relationships and Parental Mediation. CyberPsychology &amp; Behavior [serial online]. October 2007;10(5):640-644. Available from: Psychology and Behavioral Sciences Collection, Ipswich, MA. Accessed February 28, 2008.<br />
Dombrowski S, Gischlar K, Durst T. Safeguarding young people from cyber pornography and cyber sexual predation: a major dilemma of the internet. Child Abuse Review [serial online]. May 2007;16(3):153-170. Available from: Psychology and Behavioral Sciences Collection, Ipswich, MA. Accessed February 28, 2008.<br />
Leung L. Stressful Life Events, Motives for Internet Use, and Social Support Among Digital Kids. CyberPsychology &amp; Behavior [serial online]. April 2007;10(2):204-214. Available from: Psychology and Behavioral Sciences Collection, Ipswich, MA. Accessed February 28, 2008.<br />
Bricolo F, Gentile D, Smelser R, Serpelloni G. Use of the Computer and Internet among Italian Families: First National Study. CyberPsychology &amp; Behavior [serial online]. December 2007;10(6):789-798. Available from: Psychology and Behavioral Sciences Collection, Ipswich, MA. Accessed February 28, 2008.<br />
Jackson L, Samona R, Moomaw J, et al. What Children Do on the Internet: Domains Visited and Their Relationship to Socio-Demographic Characteristics and Academic Performance. CyberPsychology &amp; Behavior [serial online]. April 2007;10(2):182-190. Available from: Psychology and Behavioral Sciences Collection, Ipswich, MA. Accessed February 28, 2008.</p>
<p>&#8220;Navigazione in rete dei minori: un’occasione di sviluppo relazionale in famiglia&#8221;, tratto in data 04-03-2008 da <em><a href="http://www.opsonline.it/" target="_blank">Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi</a></em><br />
http://www.opsonline.it/index.php?m=show&amp;id=12163</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Gli effetti positivi della videocomunicazione</title>
		<link>http://albertoragno.wordpress.com/2009/04/25/gli-effetti-positivi-della-videocomunicazione/</link>
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		<pubDate>Sat, 25 Apr 2009 06:09:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoragno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo uno studio presentato in questi giorni da Cisco, intitolato “Successful Video Communications” e condotto da Pearn Kandola con l&#8217;obiettivo di analizzare la psicologia della comunicazione nel mondo business, le applicazioni per la videocomunicazione aiutano le discussioni nei meeting online, rafforzano le relazioni e migliorano il rapporto fra le persone.
Tuttavia, evidenzia lo studio, per alcuni [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=albertoragno.wordpress.com&blog=5376185&post=84&subd=albertoragno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Secondo uno studio presentato in questi giorni da Cisco, intitolato “Successful Video Communications” e condotto da Pearn Kandola con l&#8217;obiettivo di analizzare la psicologia della comunicazione nel mondo business, le applicazioni per la videocomunicazione aiutano le discussioni nei meeting online, rafforzano le relazioni e migliorano il rapporto fra le persone.</p>
<p style="text-align:justify;">Tuttavia, evidenzia lo studio, per alcuni soggetti, la comunicazione in video ha ancora l&#8217;effetto di aumentare il livello d&#8217;ansia e di inibizione: perché diventi uno strumento di comunicazione efficace, è importante che le imprese aiutino i loro dipendenti a sviluppare competenze adeguate per sfruttarla al meglio.</p>
<p style="text-align:justify;">La comunicazione video sta diventando una norma fra i team dispersi geograficamente e rappresenta un&#8217;alternativa fattibile agli incontri di persona. Importante è però stabilire come abbattere le barriere psicologiche che ne ostacolano l&#8217;uso, e come le persone possano sviluppare la necessaria familiarità, fiducia e tranquillità per usarla regolarmente.</p>
<p style="text-align:justify;">La ricerca evidenzia quali effetti l&#8217;utilizzo del video possa avere su persone con diversi tipi di personalità, analizzando sei differenti figure.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-84"></span></p>
<ul style="text-align:justify;">
<li>Leader/ Dominatore: colui che guida il meeting. La possibilità di vedere tutti i partecipanti alla riunione riduce il rischio che egli domini eccessivamente la discussione.</li>
<li>Energetico/Distratto: il video rende più stimolante la situazione, riducendo i momenti di distrazione e aumentando l&#8217;impegno.</li>
<li>Pensatore/Sfuggente: riflette in modo approfondito sui temi in discussione. Potendo cogliere i segnali visivi, si riduce il rischio che i suoi momenti di riflessione siano interpretati scorrettamente come disimpegno.</li>
<li>Amichevole/Chiacchierone: rischia di parlare troppo al posto degli altri o di provocare digressioni rispetto al tema in agenda. La possibilità di vedere i colleghi fornisce un contesto per interpretare le pause naturali della conversazione, riducendo il loro bisogno di “riempire” i momenti di silenzio.</li>
<li>Creativi / Astratti: caratterizzati da una grande ricchezza di creatività e di idee audaci, restano più ancorati alla discussione grazie alla maggiore ricchezza di interazione.</li>
<li>Atterratori/Ostruttivi: il video dà loro una presenza visiva durante le riunioni, aiutandoli a fare ascoltare le proprie opinioni senza dimostrarsi troppo ostruttivi.</li>
</ul>
<p style="text-align:justify;">Ma non è tutto. Secondo lo studio, la comunicazione video può aiutare ad accelerare la costruzione della relazione in culture differenti, ad esempio tra quelle cosiddette “ad alto contesto” quali quella cinese, giapponese e mediorientale &#8211; in cui la relazione si basa sull&#8217;integrità e sul valore dato all&#8217;interazione sociale e quelle “ a bassa distanza”, come accade in Paesi quali Germania, Svezia, Danimarca, in cui generalmente fra colleghi ci si relaziona in modo paritario, al di là della posizione formalmente detenuta in azienda.</p>
<p style="text-align:justify;">Lo studio ha poi tracciato un&#8217;analisi delle diverse tipologie di comunicazione video, evidenziando quali sono i contesti ai quali meglio si adatta.</p>
<ul style="text-align:justify;">
<li>Video telefonia: viene utilizzata nelle comunicazioni quotidiane. Facile da usare; la qualità del segnale video può ridurre la trasmissione dei segnali visivi.</li>
<li>Video conferenza basata su web &#8211; Usata nelle riunioni di team con individui distribuiti geograficamente ed in incontri con persone esterne al gruppo. E&#8217; ampiamente accessibile; le piccole dimensioni delle immagini rendono difficile cogliere i segnali visivi.</li>
<li>Video conferenza &#8211; Incontri di gruppo con una o due persone in ognuno dei luoghi connessi. Qualità video migliore rispetto alle webcam, ma può essere insufficiente a cogliere i segnali più sottili. La qualità audio può risentire negli incontri con tanti partecipanti.</li>
<li>Telepresenza &#8211; Utile per mantenere vive relazioni di alto livello a distanza. Più vicina all&#8217;esperienza di incontro dal vivo, le immagini a dimensioni reali veicolano il linguaggio del corpo e i gesti.</li>
</ul>
<p style="text-align:justify;">Articolo tratto da: <a href="http://www.ilsole24ore.com/" target="_blank">http://www.ilsole24ore.com/ </a></p>
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		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>La stimolazione magnetica riduce i sintomi dell’autismo</title>
		<link>http://albertoragno.wordpress.com/2009/03/12/la-stimolazione-magnetica-riduce-i-sintomi-dell%e2%80%99autismo/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 06:48:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoragno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo uno studio pubblicato a dicembre sulla rivista online Journal of Autism and Developmental Disorders le stimolazioni magnetiche possono ridurre i sintomi dell’autismo.
Trenta persone affette da diverse forme di autismo hanno preso parte allo studio di un team di neuroscienziati dell’Università di Louisville. L’esperimento è durato in totale tre settimane con due sedute settimanali di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=albertoragno.wordpress.com&blog=5376185&post=79&subd=albertoragno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Secondo uno studio pubblicato a dicembre sulla rivista online Journal of Autism and Developmental Disorders le stimolazioni magnetiche possono ridurre i sintomi dell’autismo.<br />
Trenta persone affette da diverse forme di autismo hanno preso parte allo studio di un team di neuroscienziati dell’<a href="http://louisville.edu/" target="_blank">Università di Louisville</a>. L’esperimento è durato in totale tre settimane con due sedute settimanali di venti minuti ciscuna dove si soggetti sono stati sottoposti a una stimolazione magnetica a bassa frequenza. I pazienti hanno mostrato un numero inferiore di iperattività, sovraccarico sensoriale, e comportamenti ripetitivi. Manuel Casanova, il coordinatore del team aggiunge &#8221; I nostri risultati sono solo all&#8217;inizio, ma già abbiamo la dimostrazione che è possibile ridurre la gravità dei sintomi nella maggior parte dei casi&#8221;.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>E-mail, colpa dell’ego se in ufficio non ci si capisce</title>
		<link>http://albertoragno.wordpress.com/2009/03/11/e-mail-colpa-dell%e2%80%99ego-se-in-ufficio-non-ci-si-capisce/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 07:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoragno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internet]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci si separa con difficoltà dal proprio ego. Anche quando si scrive un’email. Così, quando digitiamo un messaggio e clicchiamo sul perentorio tasto “invia”, capita spesso di inviare anche una parte del nostro modo di &#8220;vedere le cose&#8221; e non tenere presente quello che il nostro destinatario potrà pensare. Con la conseguenza che il numero [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=albertoragno.wordpress.com&blog=5376185&post=77&subd=albertoragno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Ci si separa con difficoltà dal proprio ego. Anche quando si scrive un’email. Così, quando digitiamo un messaggio e clicchiamo sul perentorio tasto “invia”, capita spesso di inviare anche una parte del nostro modo di &#8220;vedere le cose&#8221; e non tenere presente quello che il nostro destinatario potrà pensare. Con la conseguenza che il numero dei malintesi tra chi si scambia email non fa che crescere.Negli uffici le email sono il pane quotidiano, qualcosa di cui non possiamo più fare a meno. Eppure, come se avessero un piccolo difetto di fabbrica, sono proprio loro a fare crescere le incomprensioni tra colleghi, superiori e collaboratori. E questo è uno dei risultati di una recente ricerca “Egocentrism over email: can we comunicate as well as we think?” pubblicata sulla rivista specializzata Journal of personality and social psychology. Quel che più conta pare essere la ragione di questo “difetto” d’origine della posta elettronica.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-77"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Secondo Krueger e Epley, i due autori della ricerca, le email non sono solo prive di tutte quelle informazioni non testuali proprie delle comunicazioni verbali e visuali ma soprattutto favoriscono una specie di “esplosione dell’ego” che spinge chi le scrive a sopravvalutare la propria capacità di spiegarsi senza rendersi fino in fondo conto di tutte le possibili letture alternative della missiva elettronica che si sta per spedire.</p>
<p style="text-align:justify;">Anche Ray Friedman, autore di numerosi studi sulle relazioni in azienda e sulla gestione dei conflitti (vedi sito), sostiene che la posta elettronica ha alcune qualità “esasperanti” che la rendono più adatta al contrasto di quanto non sia una comunicazione verbale diretta. Ad esempio è archiviabile e quindi permette a una persona di ricordare all&#8217;altro con estrema precisione tutto quello che detto. Inoltre, riduce la possibilità di porre riparo a quei piccoli disaccordi di cui ogni dialogo è pieno.</p>
<p style="text-align:justify;">Tutti noi che scriviamo le email siamo come ingabbiati in una sorta di piccola cella chiamata “io”. Per spiegare il paradosso delle email, strumento di comunicazione d’incomprensioni inattese, i due rimandano a una ricerca effettuata qualche anno fa. Una ricercatrice statunitense aveva chiesto ad alcune persone di “tamburellare” il ritmo di una canzone famosa e aveva chiesto ai “tamburellatori” di stimare con quanta probabilità gli ascoltatori sarebbero stati in grado di indovinare il motivo. Secondo gli esecutori il 50% degli ascoltatori sarebbe stato in grado di indovinare la canzone. I risultati furono molto peggiori. Solo 3 su 100 riuscirono a cogliere il senso di quel ritmo. Chi tamburellava aveva nella testa tutto il &#8220;contorno&#8221; che agli ascoltatori mancava.</p>
<p style="text-align:justify;">Così per le email. Chi scrive ha in testa un “contorno” che chi riceve non ha e non può ricostruire. Krueger e Epley hanno così simulato cinque test per cercare di capire se chi scrive un’email è come un “tamburellatore di ritmi” con in testa un&#8217;orchestra di suoni non condivisibili. A chi scrive l’email è stato chiesto di scrivere sullo stesso argomento due email: la prima con un tono sarcastico e la seconda con un registro serio. Solo il 56 per cento di chi ha ricevuto l’email ha saputo distinguere il tono appropriato. Mentre chi spediva credeva che l’avrebbero compreso quasi tutti (vedi tabella). Quel che più conta è in questo caso che il test è stato ripetuto anche con la comunicazione verbale e la differenza tra la &#8220;comprensibilità attesa&#8221; e quella effettiva è stata di gran lunga inferiore.</p>
<p style="text-align:justify;">C’è una specie di incapacità a mettersi nei panni dell’altro tipica di noi umani che le email, ma anche le chat e l’instant messaging, sembrano acuire. La rapidità con cui è possibile inviare la comunicazione impedisce, o diminuisce, la propensione a immaginarsi scenari alternativi a quelli in cui si è relegati. Se infatti a chi spedisce un’email seria si chiede di leggerla in tono sarcastico allora la convinzione di essersi spiegati scema di molto (vedi tabella). L&#8217;eccesso di convizione scompare proprio in chi è stato chiesto di leggere ad alta voce l’email prima di spedirla usando un tono inconsistente con quello intenzionale.</p>
<p style="text-align:justify;">Anche secondo Friedman la dilatazione del tempo di risposta può aiutare a prevenire l’escalation che rischia di portare alla rissa. Più tempo si ha per rispondere e tanto più lo si può fare con ponderatezza. Ma è vero anche, dice Friedman, che è pure possibile che il tempo in più venga utilizzato per rispondere con una precisione eccessiva. Alle volte ci si concentra su affermazioni provocatorie con effetti negativi sulla visione che si ha dell’altro, sul nostro atteggiamento empatico e, di conseguenza, sulla possibilità di risolvere il problema.</p>
<p style="text-align:justify;">Anche quando si gioca a scacchi ognuno può prendersi il suo tempo, ma c’è un orologio e tutti hanno lo stesso tempo massimo, qui invece il fatto di prendersi troppo tempo può essere interpretato come una violazione alle norme di etichetta. Così a tutti quelli che non riesce di farsi capire con l’email non resta che prendere in mano una cornetta e provare a farsi una “novecentesca” chiacchierata pacificatrice via voce.</p>
<p>Fonte: <a href="http://lavoro.repubblica.it/">http://lavoro.repubblica.it</a></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/albertoragno.wordpress.com/77/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/albertoragno.wordpress.com/77/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/albertoragno.wordpress.com/77/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/albertoragno.wordpress.com/77/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/albertoragno.wordpress.com/77/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/albertoragno.wordpress.com/77/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/albertoragno.wordpress.com/77/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/albertoragno.wordpress.com/77/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/albertoragno.wordpress.com/77/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/albertoragno.wordpress.com/77/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=albertoragno.wordpress.com&blog=5376185&post=77&subd=albertoragno&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>Internet Addiction disorder ed il legame tra la rete e l’identità personale</title>
		<link>http://albertoragno.wordpress.com/2009/03/05/internet-addiction-disorder-ed-il-legame-tra-la-rete-e-l%e2%80%99identita-personale/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 15:39:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoragno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cyberspazio]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>

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		<description><![CDATA[La dipendenza da internet è una forma di dipendenza emergente negli ultimi anni nei paesi industrializzati che si sta aprendo la strada con una velocità crescente in seguito al massiccio incremento nell’uso delle nuove tecnologie nell’agire quotidiano dell’essere umano.
Proprio perché è un fenomeno nuovo, non vi è ancora una letteratura molto ricca sul tema.
Per il [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=albertoragno.wordpress.com&blog=5376185&post=73&subd=albertoragno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">La dipendenza da internet è una forma di dipendenza emergente negli ultimi anni nei paesi industrializzati che si sta aprendo la strada con una velocità crescente in seguito al massiccio incremento nell’uso delle nuove tecnologie nell’agire quotidiano dell’essere umano.<br />
Proprio perché è un fenomeno nuovo, non vi è ancora una letteratura molto ricca sul tema.<br />
Per il momento la dipendenza da internet viene confrontata rispetto alle conosciute forme di dipendenza (in special modo a quella relativa all’uso di sostanze ) in quanto simili sono i sintomi che portano alla sua diagnosi.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-73"></span>Questi sintomi possono essere riassunti in:</p>
<ol style="text-align:justify;">
<li>Bisogno di trascorrere un tempo sempre maggiore in rete per ottenere soddisfazione</li>
<li>Marcata riduzione di interesse per altre attività che non siano internet</li>
<li>Sviluppo, dopo la sospensione o diminuzione dell&#8217;uso della rete, di agitazione psicomotoria, ansia, depressione, pensieri ossessivi su cosa accade on-line</li>
<li>Necessità di accedere alla rete sempre più frequentemente o per periodi più prolungati rispetto all&#8217;intenzione iniziale</li>
<li>Impossibilità di interrompere o tenere sotto controllo l&#8217;uso di Internet</li>
<li>Dispendio di grande quantità di tempo in attività correlate alla rete</li>
<li>Continuare a utilizzare Internet nonostante la consapevolezza di problemi fisici, sociali, lavorativi o psicologici recati dalla rete</li>
</ol>
<p style="text-align:justify;">Come nel caso della dipendenza da sostanze, si può notare la condizione di “tolleranza”, descritta nel punto 1, a causa della quale si ha una sorta di “assuefazione” all’uso di internet, ed il soggetto trascorre un tempo progressivamente sempre maggiore per poter ottenere soddisfazione,  sia la condizione di “astinenza”, descritta nel punto 3, che vede una serie di conseguenze a danno del fisico e della psiche in seguito alla sospensione dell’uso della rete da parte del soggetto.</p>
<p style="text-align:justify;">L’abuso di internet viene classificato dalla Young (psicologa, direttrice del Center for On-Line Addiction ed editorial board di CyberPsychology and Behavior) come una dipendenza di tipo comportamentale, come nel caso della dipendenza da gioco d’azzardo o la bulimia, in quanto la dipendenza non si sviluppa nei confronti di una sostanza bensì nei confronti di un comportamento. Ma persistono comunque delle differenze tra questa forma di dipendenza e le altre forme di dipendenza comportamentale indicate, per almeno due motivi:</p>
<ul style="text-align:justify;">
<li>Comportamenti come il gioco d’azzardo o la bulimia sono identificati dalla società come comportamenti devianti, il passare del tempo in internet non suscita particolari preoccupazioni nell’immaginario collettivo;</li>
<li>Ad oggi praticamente tutti hanno un computer in casa o utilizzano internet quotidianamente, in ambiente domestico, o lavorativo: l’utilizzo di internet è una pratica che si sta diffondendo ad una velocità elevatissima e coprendo la maggior parte della popolazione.</li>
</ul>
<p style="text-align:justify;">La IAD si delinea quindi come una nuova dipendenza che al momento manca di una rappresentazione sociale ben delineata e che può potenzialmente colpire una buona fetta della popolazione.</p>
<p style="text-align:justify;">Le teorie comportamentiste spiegano la dipendenza in termini di rinforzi positivi: l’utilizzo di prolungato della sostanza/comportamento è facilitato dalla gratificazione che ne deriva. Tali teorie si sono dimostrate un punto di vista limitato per spiegare le forme di dipendenza tradizionali, e nel caso della dipendenza da internet, si mostrano ancor più scarsamente esplicative.</p>
<p style="text-align:justify;">Tale impostazione teorica può descrivere solo uno degli aspetti della IAD, cioè quello dell’utilizzo compulsivo della rete, che la Young ha spiegato tramite il modello chiamato ACE (Accessibility, Control, Excitement). Secondo questo modello, la facilità nel reperimento delle informazioni tramite la rete, l’illusione di controllo dato dal mezzo e l’eccitazione provata dalla vasta quantità di stimoli presenti nel web sarebbero alla base del disturbo ossessivo-compulsivo specifico della net-compulsion.</p>
<p style="text-align:justify;">Sicuramente riflettere sulle gratificazioni è un importante primo passo per indagare i motivi di tale meccanismo, ma non ci si può fermare alla semplice relazione fra Stimolo e Risposta. Anche il modello medico che tenta di spiegare la dipendenza in base ad una ereditarietà genetica non si può ritenere esaustivo, in quanto si assisterebbe ad una tendenza ereditaria che colpirebbe una percentuale troppo elevata della popolazione.</p>
<p style="text-align:justify;">È necessario quindi cercare di capire quali sono le peculiarità della navigazione in rete, cosa comportano per il soggetto, per riuscire a comprendere se ed in che modo può svilupparsi la dipendenza.<br />
Un punto di vista diverso rispetto a quello della Young viene offerto da Caretti (2001), che colloca la IAD nella categoria diagnostica “Trance dissociativa da videoterminale”. Secondo questo punto di vista, la dipendenza patologica da internet sarebbe la prima fase di un disturbo più grave caratterizzato dall’alternazione dello stato di coscienza, la depersonalizzazione e la perdita del senso abituale dell’identità personale.</p>
<p style="text-align:justify;">Uno studio condotto da Marzalin, D. e Moore, S. dell’università di Swinburne su 161 soggetti di età compresa fra i 18 e i 25 anni ha rilevato che per i soggetti di sesso maschile, alti livelli di ansia sociale e bassi livelli di sviluppo dell’identità personale sono associati ad un maggior uso di internet,  e tale uso si concentra sulle chat-room e i MUD (giochi di ruolo virtuali).</p>
<p style="text-align:justify;">Senza bisogno di adottare un punto di vista psicodinamico per ricercare le connessioni tra il ruolo di mediazione del mezzo tecnologico e la costruzione dell’identità personale, è possibile individuare quelli che costituiscono fattori di cambiamento dell’identità personale facilitati dall’utilizzo di internet. In letteratura vengono considerate tre dimensioni di base nel ruolo di internet nella costruzione dell’identità personale:</p>
<ol style="text-align:justify;">
<li>L’anonimato rispetto alla possibilità di essere identificati;</li>
<li>La comunicazione sincrona ed asincrona;</li>
<li>Le informazioni prettamente visive e testuali sull’identità.</li>
</ol>
<p style="text-align:justify;">Per quanto riguarda l’anonimato, questa condizione ha come conseguenza la caduta di quei vincoli dati dal contesto sociale reale, che dà al soggetto un’illusione di assoluta libertà: di fare, di dire, di essere qualsiasi cosa, senza ripercussioni nel sociale, con l’illusione che lo schermo possa proteggere dall’essere identificati come persone reali e che una volta spento il terminale il proprio “io virtuale” non abbia lasciato traccia.</p>
<p style="text-align:justify;">L’utilizzo della comunicazione sia sincrona che asincrona porta alla possibilità di esercitare un controllo sullo scambio comunicativo: da una parte, la comunicazione asincrona permette di “scegliere” il come, il quando ed il cosa rispondere, facendo diventare lo scambio comunicativo uno scambio totalmente cosciente e controllato dagli interlocutori.<br />
Dall’altra, l’assenza dell’aspetto non verbale, che nelle comunicazioni reali vis a vis costituisce la percentuale più grossa di informazioni disponibili sui soggetti, sul contesto e sulla stessa comunicazione viene a mancare, e viene sostituito dalll’utilizzo di emoticons, che oltre a corrispondere ad un range limitato e stereotipato di emozioni, sono sotto il controllo volontario del soggetto.</p>
<p style="text-align:justify;">Infine, le informazioni sull’identità virtuale disponibili sono ridotte a dati di tipo testuale o visivo, in quanto il soggetto in internet viene rappresentato tramite un “avatar”: un semplice nickname nel caso delle chat, o un personaggio nel caso dei MUD. L’aspetto fisico viene immaginato tramite una descrizione a parole che può essere reale o fittizia, o tramite la costruzione di un personaggio. L’avatar può venire reinventato a piacimento, può venire affiancato da altri avatar, in un processo di frantumazione e sostituzione dell’identità personale che viene rimpiazzata da una o più identità virtuali costruite in base ai bisogni, ai desideri e alle aspettative del soggetto.</p>
<p style="text-align:justify;">Il world wide web si offre così non solo come un immenso serbatoio di stimoli eccitanti, una sorta di “Las Vegas” virtuale piena di luci e divertimento, ma anche come un contenitore dai confini labili ed indefiniti che permette ai soggetti di cambiare le normali regole nelle interazioni umane, di sperimentare non solo nuove emozioni, ma nuovi se stessi, che più si confanno ai propri intenti.<br />
Non deve sorprendere quindi che la IAD si manifesti più frequentemente in concomitanza all’utilizzo di strumenti di interazione umana come la posta elettronica, le chat-rooms, la partecipazione in comunità virtuali quali forum, newsgroup o i MUD, rispetto al semplice accesso alla rete per ottenere informazioni.</p>
<p style="text-align:justify;">Concludendo, gli studi recenti sulla IAD, spesso concentrati sui sintomi e sull’individuazione delle possibili strategie terapeutiche per fronteggiare questo nuovo fenomeno, dovrebbero forse dedicare maggiore attenzione alle dinamiche che portano un soggetto a preferire gradualmente un mondo virtuale, in cui i cinque sensi vengono drasticamente ridotti all’unico senso visivo e sostituiti con esperienze sensoriali “immaginate”, perché totalmente prodotte dalla fantasia, al mondo reale.</p>
<p style="text-align:justify;">Lo strumento tecnologico del computer, ormai elemento integrato nel vissuto quotidiano della maggior parte della popolazione benestante, oltre ad offrire risorse, a costituire un supporto che facilita, velocizza e semplifica il tradizionale agire umano, offre un contatto immediato con una realtà “altra”, una realtà che si “costruisce” totalmente nelle interazioni tra gli “io virtuali”, in cui le regole, i significati e la stessa identità vengono costantemente inventati e re-inventati dagli utenti. Se l’utilizzo di internet ed il suo conseguente possibile abuso, stanno aumentando con un ritmo incalzante, forse sarebbe interessante spostare il focus dalle caratteristiche individuali di personalità dell’internet-addicted a quei processi che investono la società e che stanno portando sempre un maggior numero di persone a preferire una realtà fatta di pixel alla realtà che li circonda.</p>
<p style="text-align:justify;"><em>&#8220;Internet Addiction disorder ed il legame tra la rete e l’identità personale&#8221;, tratto in data 18-03-2008 da <em><a href="http://www.opsonline.it/" target="_blank">Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi</a></em><br />
http://www.opsonline.it/index.php?m=show&amp;id=12439 </em></p>
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		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>La gestione della conflittualità nelle dinamiche familiari</title>
		<link>http://albertoragno.wordpress.com/2009/03/05/la-gestione-della-conflittualita-nelle-dinamiche-familiari/</link>
		<comments>http://albertoragno.wordpress.com/2009/03/05/la-gestione-della-conflittualita-nelle-dinamiche-familiari/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 05 Mar 2009 15:33:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>albertoragno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://albertoragno.wordpress.com/?p=71</guid>
		<description><![CDATA[Il termine “conflitto” deriva dal latino conflictum , da confligere, che letteralmente significa “scontrarsi”. “Scontrarsi”, però, significa “incontrare qualcuno”.
Siamo sempre stati abituati a considerare il conflitto come un combattimento, uno scontro, un’opposizione, sottolineandone più l’aspetto del “contrasto” piuttosto che quello dell’”incontro” e quindi del  “cambiamento” che inevitabilmente un conflitto comporta.
L’incontro con l’altro è alla base [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=albertoragno.wordpress.com&blog=5376185&post=71&subd=albertoragno&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Il termine “conflitto” deriva dal latino conflictum , da confligere, che letteralmente significa “scontrarsi”. “Scontrarsi”, però, significa “incontrare qualcuno”.<br />
Siamo sempre stati abituati a considerare il conflitto come un combattimento, uno scontro, un’opposizione, sottolineandone più l’aspetto del “contrasto” piuttosto che quello dell’”incontro” e quindi del  “cambiamento” che inevitabilmente un conflitto comporta.</p>
<p><span id="more-71"></span>L’incontro con l’altro è alla base della “relazione”, dal latino res + azione, che significa “portare qualcosa insieme che non è più soltanto l’Io o il Tu ma il NOI”.<br />
Alla base dell’incontro, quindi della relazione, dovrebbe esserci la capacità di accogliere l’altro (accogliere deriva dal latino ằd e collìgere e significa “ricevere con varia disposizione d’animo… approvare, accettare… contenere, ospitare), predisponendosi al confronto ed al dialogo piuttosto che all’imporsi sull’altro. Il “dialogo”, infatti, (dal latino dià (tra) + lògos (parola, discorso)) parla di incontro, senza il &#8220;tra&#8221; le persone non si incontrerebbero.</p>
<p>Per meglio comprendere la funzione del litigio all’interno delle dinamiche familiari, bisogna accettare l’esistenza di sentimenti connaturati nell&#8217;uomo come la gelosia (il desiderio di essere unici) e l&#8217;invidia (la sensazione di essere inferiori a un altro). In entrambi i casi i genitori devono comprendere che questi sentimenti esistono, che esiste una  corrente  sotterranea  di  sentimenti ambivalenti e negativi,  ma che devono essere vissuti o finiranno col produrre tensione all&#8217;interno del rapporto fraterno.</p>
<p>La rivalità tra fratelli, i litigi e le discussioni che ne conseguono, servono a costruire la “relazione” del NOI integrando due punti di vista diversi: quello dell’Io e quello del Tu.<br />
I litigi sono “costruttivi” se servono a confrontarsi e a trovare una mediazione tra punti di vista diversi. Diventano “distruttivi” quando ciascuno rimane della propria idea e magari il più forte non  stato in grado di comprendere le ragioni dell’altro.Lasciando agire i due litiganti, purché non arrivino a farsi male, i genitori intervengono quando la conflittualità non trova una soluzione.</p>
<p>Il problema, quindi, non è il litigio in se stesso ma il litigio “mal gestito” che quindi necessità della figura del genitore che aiuti entrambi a mediare, ossia insegni loro a capire l’uno le ragioni dell&#8217;altro. Il genitore non deve decidere chi ha ragione e chi torto, ma cercare di far emergere le ragioni dell&#8217;uno e dell&#8217;altro e trovare insieme una soluzione, svolgendo il ruolo di mediatore più che di giudice.<br />
Nella vita infantile, a partire da un anno mezzo fino ad attorno ai 3 anni, il litigio rappresenta un momento di riconoscimento della presenza del coetaneo, e quindi la graduale consapevolezza  dei vincoli e dei limiti al proprio mondo egocentrico e autoreferenziale.</p>
<p>A partire dai 3 anni, si evidenzia una certa capacità empatica, ossia il bambino tenta di  mettersi nei panni dell’altro cercando di capire la sua sofferenza, di cogliere nei propri vissuti gli stessi vissuti del coetaneo.</p>
<p>Dai 3 ai 6 anni c’è una maggiore attenzione verso le regole sociali che non vengono più vissute come limite ma come tutela dei momenti di compresenza con gli altri.</p>
<p>A partire dai 6 anni la costruzione del senso sociale dell’identità personale acquisisce un primato assoluto rispetto ad altre componenti più autoreferenziali, e quindi il bambino incomincia ad uscire dal proprio narcisismo e a costruire effettivamente la capacità di stare nel gruppo e di vivere le regole come momenti essenziali del suo sviluppo e della sua crescita.</p>
<p>Nella preadolescenza e poi nell’adolescenza, il gruppo è l’elemento centrale nella vita del ragazzo e della ragazza che trovano nello stare assieme agli altri sia un rispecchiamento narcisistico sia una capacità di andare oltre una visione centrata unicamente sui propri bisogni, trovando negli altri una sponda verso l’autonomia e l’età adulta.</p>
<p>Bisogna, a tal proposito, distinguere il bullismo dal litigio. Mentre il primo è una prepotenza continuativa e sistematica ai danni di un soggetto inferiore per forza e per capacità, quindi impossibilitato a difendersi, la natura del litigio ha un carattere evolutivo.</p>
<p>Si è spesso contrapposta la dimensione dell’incontro, dell’ascolto e della comprensione reciproca alla dimensione del litigio e del conflitto, dimenticando che questi sono due momenti facenti parte dello stare con gli altri: non ci può essere l’incontro se non c’è anche il momento in cui attraverso il litigio il ragazzo o la ragazza riconosce se stesso e riconosce gli altri nel contrasto e nel confronto.</p>
<p>Esistono almeno tre criteri a cui ci si può attenere nella gestione formativa del litigio tra bambini:</p>
<p><strong>1) L’imparzialità formativa</strong></p>
<p>Così come tendono a fare gli adulti, è normale anche per bambini ed i ragazzi cercare di utilizzare gli adulti come alleati contro i loro avversari per avere giustizia e per ottenere dall’adulto un risarcimento emotivo.</p>
<p>Proprio come accade nel mondo degli adulti, in particolar modo durante una separazione, quando siamo chiamati noi a fare da “giudice”, si riattivano fantasmi antichi e quindi bisogni di risarcimento che non ci lasciano indifferenti, ed è pertanto facile cadere nella manipolazione e nel vittimismo che conduce a un’alleanza dell’adulto nei confronti del più debole, che a quel punto diventa il più forte.</p>
<p>L’imparzialità formativa, il porsi al di sopra delle parti, può essere riassunto nella frase: non cercare il colpevole.</p>
<p>È un passo assolutamente essenziale per evitare di creare nei ragazzi non<br />
solo un atteggiamento giustizialista nei confronti dei compagni, che non serve a nulla, ma anche una forte dipendenza nei confronti dell’adulto, che a quel punto diventa una sorta di giudice assoluto a cui bisogna continuamente rivolgersi per ottenere giustizia.</p>
<p>Cadere nell’ingorgo del giudizio a tutti i costi, dando torto o ragione, vedendo la colpa o l’innocenza, impedisce ai ragazzi di imparare a gestirsi i litigi in funzione di un reciproco ascolto e di una reciproca comprensione e quindi verso un’integrazione che parte dall’interno, piuttosto che dall’esterno.</p>
<p><strong>2)  La tecnica del “dammi la tua versione”</strong></p>
<p>È una tecnica per cui ogni contendente deve cercare di spiegare come<br />
sono andati i fatti senza insultare la controparte o avere atteggiamenti minacciosi o perlomeno che restino sotto una certa soglia. E’ necessario “ascoltare” l’altro e cercare di “comprendere le sue ragioni”, provando a trovare una soluzione che vada bene per entrambi.</p>
<p><strong>3) La ricostruzione del rapporto</strong></p>
<p>Dopo la ferita o la rottura del litigio, c’è bisogno di ricostruire il rapporto sia tra i contendenti che tra questi e il gruppo.<br />
All’interno di una classe, per esempio, si potrebbe stabilire un giorno e un’ora in cui i litigi vengono affrontati, possibilmente in cerchio, quindi in una dimensione fortemente contenitiva, e raccontati, esplicitati in modo da trovare un eventuale esito o accordo.</p>
<p>La ritualità spesso rafforza i legami anche nel momento in cui questi legami trovano un ostacolo. E’ pertanto utile utilizzare strutture rituali come può essere il cestino della rabbia, il tavolo della riconciliazione oppure il rituale degli avvocati, o quello del cerchio, in modo da consentire la costruzione di nuove connessioni.</p>
<p>Il gruppo, la classe, un organismo che si pone il problema di darsi degli strumenti per affrontare internamente i propri conflitti, i propri litigi, è un organismo sociale con delle possibilità in più rispetto a quelli che preferiscono mantenere i conflitti latenti oppure utilizzano modalità evitanti del conflitto.</p>
<p>La capacità di trovare delle strade di esplicitazione sociale del conflitto è alla base della buona capacità dell’educatore di aiutare i bambini e  i ragazzi a vivere i conflitti tra di loro come momenti di crescita.</p>
<p>Ovviamente a tutto questo va associata la capacità dell’educatore di garantire un sistema di regole chiaro, esplicito, realistico, e ovviamente sostenibile: più le regole sono chiare più risulta facile utilizzarle nella gestione stessa dei litigi.</p>
<p><em>&#8220;La gestione della conflittualità nelle dinamiche familiari&#8221;, tratto in data 04-03-2009 da <em><a href="http://www.opsonline.it/" target="_blank">Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi</a></em><br />
http://www.opsonline.it/index.php?m=show&amp;id=16361 </em></p>
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